Morire e resistere, ogni giorno. Gaza grida al cielo
Intervista di Avvenire a Padre Romanelli.
«La gamba va bene, l’infezione sta passando, non è niente di grave. Ad essere grave, gravissima è la situazione di Gaza. Un peccato che grida al Cielo». Padre Gabriel Romanelli ha il tono sereno e vivace di sempre. Sedici mesi alla guida della chiesa-rifugio per gli sfollati di guerra - il 7 ottobre 2023 si trovava fuori dalla Striscia e per i successivi sei mesi non gli è stato concesso di rientrare nella propria comunità - e il raid della settimana scorsa, in cui sono morti tre fedeli e lui stesso è rimasto ferito, non hanno tolto il buon umore al religioso argentino del Verbo Incarnato, parroco della Sacra Famiglia.
Dopo aver rassicurato sulle proprie condizioni, per prima cosa si scusa per essere stato irraggiungibile nei giorni scorsi. «Mi hanno chiamato e scritto in migliaia. Ci sto mettendo un po’ per rispondere. Non vorrei che questo attacco mi facesse pure perdere degli amici», scherza, nonostante la tragedia in cui è immerso. «È il nostro modo di sopravvivere».
Padre, cosa è accaduto giovedì scorso quando il complesso parrocchiale è stato colpito?
Un missile ha centrato il timpano della chiesa. Una struttura di cemento armato alta due metri e l’ha distrutta. L’impatto, dunque, è stato molto forte. Chi si trovava nel cortile è stato investito dalla pioggia di pezzi di metallo e dalle macerie. Per fortuna non c’erano bambini. Nei giorni precedenti gli scontri erano molto vicini, erano cadute tante schegge. Per questo avevo chiesto alle persone di stare all’interno. Non è, però, facile: lo spazio è poco per le quasi 500 persone che siamo attualmente. La gente dorme nelle aule delle scuole, i bagni sono condivisi, non abbiamo rifugi. Dunque qualcuno era in cortile. Non avremmo mai pensato del resto che la chiesa potesse subire un attacco diretto. Tre persone sono così morte, 15 sono state feriti. Due giovani – Najeeb e Suhail – sono gravi.
Ci dice qualcosa in più di loro?
Najeeb Tarasi ha 35 anni ed è disabile: da sempre sta sulla sedia a rotelle. Suhail abu Dawod è un postulante del Verbo Incarnato. Ha scoperto la sua vocazione a 15 anni e, ora, dovrebbe trovarsi nel nostro noviziato in Italia. Quando ha compiuto 18 anni, il 31 ottobre 2023, però, la guerra era già esplosa e non l’hanno lasciato partire. È diventato un punto di riferimento in questo tempo difficile. È il responsabile del gruppo dei bimbi e degli adolescenti nonché del coro. Quando l’hanno ferito, stava venendo nella casa parrocchiale per aiutarmi a dare la Comunione ai malati. Lì la scheggia ci ha raggiunti: a me e il vice-parroco, padre Yusuf Assad, di striscio.
Come vive la comunità questo momento?
La morte a Gaza è un fatto quotidiano. Eppure, al contempo, siamo stati colti di sorpresa. È un dolore grande: qui ci conosciamo tutti. I cristiani della Striscia erano già pochi prima –un migliaio –, ora siamo la metà. Eppure è commovente vedere le persone continuare a resistere all’odio, al desiderio di vendetta, alla rabbia. La gente prega, dopo il raid ancora di più: per la guarigione dei colpiti, per i defunti, non solo quelli della parrocchia, per tutti i 58mila. Invocano incessantemente la pace.
Che cosa vi aiuta ad andare avanti?
La vicinanza di tanti. In questi giorni sono stati fra noi il cardinale Pizzaballa e Theophilus III. E papa Leone XIV ci ha fatto sentire con forza il suo affetto. Ci ha chiamati venerdì mattina. Proprio in quel momento, ero andato a prendere i patriarchi e nel tragitto il telefono non ha preso. Ha, però, parlato con padre Yusuf e con due religiose del Verbo Incarnato. Una, Imperatriz, è peruviana, e quando l’ha sentita, dato il suo legame con quel Paese, il Pontefice si è emozionato. Era preoccupato per noi, voleva sapere come stessimo, ci ha benedetti. Con Francesco, le conversazioni erano quotidiane e qui, tutti, cristiani e musulmani, lo considerano un padre. Anche Leone, però, ci è vicino: con la sua preghiera e il suo lavoro per la pace. Quando si decideranno i leader ad ascoltarlo?