La saggezza della felicità
Intervista del Sole 24 Ore a Richard Gere.
Richard Gere è e rimane protagonista di film che hanno lasciato un segno autoriale (Ufficiale gentiluomo) e romantico (Pretty woman), ma è anche uno strenuo attivista, sostenitore dei diritti umani. È produttore esecutivo del film Dalai Lama. La saggezza della felicità di Barbara Miller, Philip Delaquis, Manuel Bauer, nelle sale per Wanted oggi e domani in proiezioni speciali con il sostegno di Unione Buddhista Italiana.
«Sono diventato buddista a 22 anni, quando ho capito che la pratica zen era il mio modo di stare al mondo», racconta Gere al «Sole 24 Ore» a Milano all’Hotel Armani, creato dallo stilista cui l’attore è legato dal 1980 grazie ad American gigolo. Gere ha partecipato alla sfilata del brand per rendere omaggio all’amico, scomparso il 4 settembre scorso.
«Prima di Giorgio ho “incontrato” i suoi vestiti. Paul Schrader, direttore e sceneggiatore del film, aveva molta fretta, mi aveva messo in mano la sceneggiatura chiedendomi di accettare subito. Avevo solo due settimane per prepararmi e quando sono arrivato sul set c’era lo scenografo, Nando Scarfiotti, che aveva chiesto ad Armani di disegnare i costumi per il film. Io ero così giovane che non possedevo ancora un abito, forse nemmeno una cravatta. Quando ho iniziato a indossare le creazioni molto estreme, espressioniste di Armani, ho capito che il personaggio stava iniziando a emergere dentro di me, il corpo iniziava a muoversi in modo diverso. Inevitabilmente con Giorgio siamo diventati amici».
Il film sul Dalai Lama è stato pensato per celebrare i 90 anni, compiuti lo scorso 6 luglio, del leader spirituale buddista. «Rimango sempre un po’ scettico sui film che riguardano sua santità, perché spesso sono pellicole realizzate velocemente, da cui non si evince la profondità della sua saggezza. Ma alla fine della proiezione de La saggezza della felicità ero molto commosso. Il girato è notevolissimo, perché sua santità guarda direttamente in camera, creando un rapporto di estrema intimità tra lui e lo spettatore. È una tecnica piuttosto nuova, inventata dal grande documentarista Errol Morris attraverso uno specchio che proietta l’immagine dell’intervistatore nella macchina da presa (teleprompter n.d.r.). In più, c’era un eccezionale materiale di archivio, che mostrava, per esempio, il Dalai Lama a 2 anni».
Tenzin Gyatso, questo il nome secolare del maestro, è stato riconosciuto come l’incarnazione del precedente Dalai Lama quando aveva due anni e a quattro è diventato il 14esimo leader spirituale della comunità.
«Ci sono diverse immagini della sua gioventù, dei suoi vent’anni e di vari momenti dell’età adulta. Quindi, ho cominciato a pensare a come migliorarlo. Con Oren Moverman, con cui ho realizzato sei film, abbiamo recuperato altro materiale inedito d’archivio, abbiamo lavorato sulla musica e ne siamo diventati i produttori esecutivi. Per tutti questi decenni sua santità ha avuto un effetto enorme sul pianeta. È probabilmente l’uomo che ha raccolto più fiducia attorno a sé nel mondo, riuscendo a trasmettere un messaggio di pace, di benessere facilmente raggiungibile, di apertura, di calore, di uguaglianza, di inclusione, di ricerca per allontanare i pensieri negativi».
Gere ha incontrato il Dalai Lama, quando aveva circa 30 anni. «Allora c’erano pochi libri su sua santità e un amico ne stava scrivendo uno sul Tibet. Mi ha spiegato ciò che era successo ai tibetani, la loro storia, l’invasione cinese, di cui non si sapeva niente perché era tenuta nascosta. Mi ha sconsigliato di andare in Tibet, dove vigeva la legge marziale cinese e mi ha suggerito di raggiungere Dharamsala, in India, perché il Dalai Lama era lì in esilio. Così ho fatto. Era la stagione dei monsoni, spazzata da terribili piogge ed era molto difficile viaggiare. Dopo molte ore di aereo, ho trascorso una notte in treno e poi sei ore in auto per arrivare a McLeod-Ganj, residenza del Dalai Lama, tra le colline. Dopo qualche settimana ho avuto la possibilità di incontrare il Dalai Lama». Come è stato quel momento? «Molto semplice. Tutti si aspettano che il Dalai Lama imponga le mani, dispensando illuminazioni, ma lui è molto bravo a scoraggiare questo mito. È semplicemente una persona evoluta, aperta, intelligente, dolce e disarmante, che vuole soltanto la tua felicità. Incontrarlo è un’esperienza molto potente. È un uomo che ancora a 90 anni si alza alle 3 e mezza del mattino per meditare. Ognuno di noi può provare a vivere così».
