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La nuova mappa delle riserve idriche italiane

Articolo della Stampa.

L’85% dell’acqua potabile in Italia viene prelevata da riserve idriche sotterranee, come pozzi o sorgenti. Una risorsa, quella dell’acqua di falda, preziosa anche per gestire gli effetti del cambiamento climatico. La nuova Carta Idrogeologica d’Italia (CII500K) mappa le acque del sottosuolo italiano alla scala 1:500.000, con l’obiettivo di gestire e tutelare al meglio questo patrimonio: «Conoscere quanta acqua abbiamo a disposizione per i diversi usi che ne fa l’uomo ci permette di orientare come e quanta impiegarne», spiega il professore Giovanni Pietro Beretta, docente di Idrogeologia dell’Università Statale di Milano.

L’idea nasce all’interno del suo dipartimento, quello di Scienze della Terra “Ardito Desio”: «Sono appena andato in pensione», racconta Beretta, «e volevo lasciare un segno. Nella mia attività ho avuto modo di lavorare in tutte le regioni d’Italia, così ho iniziato a mettere insieme al resto del gruppo di ricerca delle informazioni utili ad aggiornare la cartografia esistente». La versione precedente della mappa risale al 1982, quando le conoscenze e le tecnologie a disposizione degli esperti erano più limitate: «Alcuni decreti ministeriali sul monitoraggio delle acque del 2011 si basavano ancora in parte sugli studi di trent’anni prima», sottolinea il professore.
Il lavoro di compilazione della Carta è stato condiviso con ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), ISTAT (Istituto Nazionale di Statistica), la Fondazione CMCC (Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici) e le Autorità Distrettuali di Bacino. Una cooperazione all’interno della comunità scientifica essenziale non solo per finalizzare la mappa, ma anche per estenderne l’uso. «La Carta è un punto di partenza», chiarisce Corrado Camera, professore di Geologia applicata che ha partecipato alla ricerca, «fornisce un inquadramento generale di come i corpi idrici sotterranei sono distribuiti in Italia, ma anche della produttività degli acquiferi e quindi di quanta acqua può essere potenzialmente estratta nelle diverse zone del Paese. Questi dati su scala nazionale sono però in termini relativi, per avere dati quantitativi precisi serve un approfondimento a livello locale». Ed è proprio quello che si augurano i ricercatori: «Un geologo o un ingegnere incaricati di una consulenza per un sito specifico potranno partire dalla Carta per fare un inquadramento idrogeologico generale, arricchendola poi con la loro conoscenza territoriale», commenta Andrea Citrini, altro membro del team, oggi post-doc alla Carnegie Institution for Science negli Stati Uniti.
Mappare e aggiornare i dati sulle risorse idriche sotterranee è importante per l’uso che se ne fa oggi, ma ancora di più per quello che potrebbero rappresentare in futuro: «L’acqua nel sottosuolo è molto più protetta di quella in superficie», ricorda Camera, «perché meno esposta al rischio di evaporazione con l’aumento delle temperatura e ad altri agenti dannosi, come gli inquinanti». E con le variazioni dettate dai cambiamenti climatici diventa fondamentale anche quantificare il bilancio tra l’acqua che arriva dalle precipitazioni atmosferiche, quella disponibile in superficie e le risorse sotterranee: «Quando, come capitato di recente in Lombardia, ci sono nubifragi, l’acqua si distribuisce tra superficie e sottosuolo in modo molto diverso, sia nel tempo sia nello spazio», nota Beretta. Alla Carta sono state aggiunte delle previsioni secondo differenti scenari climatici per il trentennio 2036-2065: «Per tutto il Nord-Ovest e per buona parte della dorsale appenninica, è stata stimata una decrescita importante delle precipitazioni rispetto alle attuali, quindi meno acqua in ingresso, che questa diventi superficiale o sotterranea», conclude Camera. Per questo è meglio conoscere in anticipo ciò che si ha, prima di rischiare di perderlo o sprecarlo.

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