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  • Luca Burgazzi

Il PD di Cremona

Articolo di Luca Burgazzi.

Nel 2007 ho preso parte al percorso fondativo del Partito Democratico e, da allora, il PD ha rappresentato la mia comunità politica di riferimento. Una comunità che, pur con i limiti e le criticità che ogni organizzazione complessa inevitabilmente presenta, ha costituito e continua a costituire una parte rilevante del mio percorso politico e personale.

Nel corso degli anni ho svolto attività di militanza e volontariato e, a partire dal 2014, mi sono candidato nelle liste del Partito Democratico, risultando sempre eletto. Questo mi ha consentito di entrare a far parte dell’amministrazione comunale di Cremona, un’esperienza che mi ha permesso di maturare una profonda consapevolezza del valore del confronto democratico – anche nella sua dimensione conflittuale – e della responsabilità che deriva dal rappresentare una parte della società all’interno delle istituzioni.
Per queste ragioni ritengo inaccettabile una rappresentazione riduttiva e distorta della nostra comunità politica. In queste ore il Partito Democratico cremonese viene descritto come un luogo composto esclusivamente da eletti, quasi che il passaggio attraverso il consenso popolare e la verifica elettorale costituiscano un elemento negativo o un indice di mera conservazione. Si tratta, a mio avviso, di una lettura non solo superficiale, ma profondamente fuorviante.
Avere nei gruppi dirigenti persone che hanno ricevuto un mandato diretto dai cittadini rappresenta, al contrario, un elemento di forza e di legittimazione democratica. Ciò non implica che il partito si esaurisca nella dimensione istituzionale; anzi, la sfida più complessa del presente consiste proprio nel rinnovare le forme dell’organizzazione politica e della partecipazione al di fuori delle istituzioni. Qui sta la vera fatica. Non è vero, però, che non esistano spazi: bisogna avere il coraggio di prenderseli e, soprattutto, di viverli. Il PD di Cremona è una comunità viva e, come tale, va rispettata. Certo, si può e si deve migliorare, anche raddoppiando gli sforzi.
Questa difficoltà attraversa l’intero sistema dei partiti, ma risulta particolarmente evidente nel Partito Democratico, che resta l’unica forza politica dotata di una struttura organizzativa diffusa. Ciò non significa che la sfida sia insuperabile, né che l’impegno politico all’interno di questa comunità abbia perso significato o prospettiva.
In questo quadro, il tema delle dimissioni del segretario provinciale pone questioni rilevanti e non eludibili. Tuttavia, non può essere affrontato riducendo il dibattito alla mera occupazione di ruoli. Le funzioni di responsabilità richiedono esercizio quotidiano, pazienza, dedizione e capacità di costruzione politica.
Non è sufficiente il possesso di solide competenze teoriche o accademiche: è indispensabile tornare a una presenza costante nei territori, al dialogo diretto con le persone, alla capacità di intercettare i problemi e di elaborare risposte concrete. Le analisi sono uno strumento necessario, ma diventano inefficaci se non si traducono in azioni politiche capaci di incidere sulla realtà. Se si ritiene necessario allargare la rappresentanza, bisogna agire di conseguenza: mettere intorno a un tavolo le persone e, se serve, allargare quel tavolo.
Ritengo che il nuovo segretario debba partire da una consapevolezza fondamentale: guidare una comunità politica significa assumere un ruolo di servizio. Un servizio che deve essere di tutti, compresi gli eletti. Ricordarlo all’esterno è importante, ma è soprattutto un dovere che dobbiamo esercitare anzitutto verso noi stessi. Non cadiamo nell’antipolitica anche noi. E soprattutto smettiamola di attaccare il PD solo perché “va di moda” farlo. Dobbiamo avere prima di tutto rispetto per noi stessi.

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