L'Italia non venga trascinata in una guerra illegale
Articolo di Chiara Braga.
In Medio Oriente non siamo di fronte a un “intervento mirato” ma a una vera e propria guerra, senza un “dopo” chiaro né per l’Iran né per l’intera regione. Non si vede una strategia politica, né un disegno di stabilizzazione, né una prospettiva credibile di accompagnamento a una transizione democratica dell’Iran. Si procede per escalation successive, mentre la guerra sembra dilagare senza che sia definito un orizzonte politico condiviso dalla comunità internazionale.
Il Partito Democratico è in piazza accanto al movimento “Donna, vita e libertà” e agli studenti iraniani dalla morte di Mahsa Amini, dal 2022. In quelle piazze non abbiamo mai visto questa destra: né Giorgia Meloni, né Antonio Tajani, né Matteo Salvini. Siamo sempre stati chiari: il brutale regime teocratico di Teheran e Khamenei rappresentano una delle più gravi negazioni dei diritti e delle libertà fondamentali. Nessuno rimpiange un dittatore sanguinario e di certo non ci mancherà.
Ma proprio perché al fianco del popolo iraniano, siamo convinti che gli attacchi militari condotti da Israele e Stati Uniti violando il diritto internazionale e scavalcando ogni sede multilaterale siano un precedente pericolosissimo. Come ha evidenziato la nostra Segretaria Elly Schlein in un’intervista a 'La Stampa' riportata più sotto: “Qual è il criterio? Decide Donald Trump? La simpatia personale? In un ordine mondiale esistono regole condivise: non è accettabile che qualcuno si svegli una mattina e decida di bombardare un Paese. E se domani il problema fossimo noi? Se il bersaglio diventasse un governo democraticamente eletto, magari perché sgradito a qualcuno? Se il problema fosse Pedro Sánchez, che è stato definito un traditore da Elon Musk e minacciato di sanzioni da Trump? O chiunque vinca in futuro in Italia? Se vale soltanto la legge del più forte, quale argomento rimane a difesa del diritto?”.
Noi siamo per il rispetto del diritto internazionale. Sempre. Per la destra, invece, sembra valere “fino a un certo punto”. Noi siamo per l’articolo 11 della Costituzione, che ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli. Per la destra sembra “un ostacolo da aggirare” per partecipare all’inutile e mortificante “Board of peace'.
E quali saranno i rischi per il mondo e per noi della guerra permanente di Trump e Netanyahu? Quali effetti avrà sull’equilibrio globale, sulla sicurezza europea, sull’economia, sull’energia? La gente chiede tranquillità e stabilità, non una nuova stagione di conflitti senza fine.
Ipotizzare un coinvolgimento italiano significa esporre il Paese a rischi enormi.
Lo schiacciamento del nostro Paese sull’amministrazione americana ci sta facendo perdere quel ruolo di ponte e interlocutore che abbiamo storicamente esercitato nella regione. La democrazia non si esporta con le bombe: la storia del Medio Oriente lo dimostra, tra drammatici fallimenti e crescita del fondamentalismo.
“Se qualcuno pensa di riportarci al Novecento con le logiche di potenza, oggi aggiornate al nuovo asse tra oligopoli multinazionali e miliardari che detengono i nostri dati e il peggior nazionalismo di destra, noi non ci stiamo”.
Ieri in Aula abbiamo contestiamo duramente al Governo l’impossibilità di un confronto vero con la presenza della Presidente Meloni, che ha preferito fuggire ancora una volta e parlare alla radio anziché in Parlamento, a differenza di altri leader europei che hanno espresso chiaramente le loro posizioni ai rispettivi Paesi.
Nella risoluzione condivisa con Avs e M5S abbiamo ribadito la disponibilità, nel quadro della solidarietà prevista dai trattati e in cooperazione con i partner europei, a contribuire alla protezione e alla sicurezza del suolo europeo e quindi di Cipro. Allo stesso tempo abbiamo detto un chiaro no all’utilizzo delle basi USA in Italia per una guerra illegale.
La cosa più grave è che il Governo non è stato in grado di dire con chiarezza che non trascinerà il Paese in un conflitto illegale e di cui non si conosce il punto di caduta. Per questo abbiamo ribadito le nostre richieste: cessate il fuoco immediato, de-escalation, liberazione di tutti i prigionieri politici e rispetto dei diritti umani in Iran, ripresa del negoziato e misure per proteggere i cittadini dalle conseguenze devastanti della guerra, anche dal punto di vista delle pesanti ricadute economiche. In gioco non c’è solo una crisi internazionale ma la credibilità del nostro Paese e dell’Europa, e la nostra capacità di essere un attore di pace in un tempo così difficile e carico di incognite.
