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  • Elly Schlein

Il governo prema su Trump per fermare la guerra

Intervista del Manifesto a Elly Schlein.

Elly Schlein, se al governo ci foste voi come avreste reagito all’attacco americano contro l’Iran?
In primo luogo avremmo chiamato le cose col loro nome: una azione militare unilaterale di Usa e Israele che viola il diritto internazionale e che va fermata subito. Come vanno fermate le ritorsioni indiscriminate del regime iraniano. Avremmo detto ad alta voce che è una guerra illegale, e che bisogna arrivare subito al cessate il fuoco e riaprire i canali diplomatici, garantire la sicurezza del suolo europeo e riportare a casa i connazionali bloccati.

Il ministro Crosetto in Parlamento ha detto che l’Italia non può fermare la guerra ma solo gestirne e le conseguenze.
Se un ministro pensa che la guerra vada fermata, per prima cosa dovrebbe dirlo. E indicare le cause che l’hanno scatenata: l’azione di Trump e Netanyahu, che in Parlamento non sono mai stati nominati dalla destra. Un grande paese come l’Italia, con la sua tradizione diplomatica in Medio Oriente, non può permettersi il silenzio: deve quantomeno far sentire la propria voce come ha fatto il premier spagnolo Sanchez che ha detto parole semplici: «No alla guerra». Meloni è l’unico premier europeo di cui, dopo una settimana, non si conosce il giudizio politico. E poi ci sono i danni economici, che si aggiungono a quelli che Trump ha già prodotto con i dazi: i prezzi record dei carburanti, le borse a picco. Tutto questo ricade su imprese e lavoratori italiani che hanno diritto ad avere un governo che si preoccupi di loro.
Teme un ulteriore allargamento del conflitto? E un coinvolgimento dell’Italia?
Il governo deve escludere qualsiasi autorizzazione all’uso delle basi Usa in Italia. Crosetto ha detto che non è stato chiesto e, nel caso, si rivolgerà al Parlamento. No: il governo deve dire subito che esclude l’utilizzo delle basi per qualsiasi supporto agli attacchi militari Usa che violano il diritto internazionale. Questo impone l’articolo 11 della Costituzione di fronte a un intervento militare di questo genere. Noi siamo a fianco del popolo iraniano che deve essere protagonista della transizione democratica, e abbiamo sempre condannato il regime sanguinario: siamo nelle piazze del movimento Donna vita libertà dal 2022, la destra non l’ho mai vista. E siamo convinti che l’Iran non debba possedere armi nucleari: ma quel risultato andava perseguito con il negoziato. La storia insegna: la democrazia non si esporta con le bombe. In questo caso, come in Venezuela, viene usata da Trump come alibi per coprire altri obiettivi, come mettere le mani sul petrolio. All’inquilino della Casa Bianca non importa nulla delle condizioni di venezuelani e iraniani.
Pensa che Meloni pagherà in termini di consensi il suo rapporto simbiotico con Trump?
La sua subalternità la sta già pagando a caro prezzo l’Italia: questa amministrazione americana sta danneggiando pesantemente i nostri interessi nazionali. E lo stesso fa il governo quando frena sull’integrazione europea, dagli investimenti comuni finanziati da eurobond per un piano industriale e sociale europeo alle cooperazioni rafforzate. Meloni non ci crede, oppure semplicemente non riesce a dire no a Washington: così sul 5% del pil in spese militari e persino sul Board of Peace che per l’Italia è incostituzionale. Non riescono a scegliere l’Europa. Ma, nello stesso tempo, la relazione privilegiata con gli Usa non esiste, altrimenti sarebbero almeno stati avvertiti dell’attacco all’Iran e Crosetto non sarebbe rimasto bloccato a Dubai. Non vogliamo che anche l’Italia si trovi in guerra senza accorgersene.
In Parlamento voi, M5S e Avs avete presentato una mozione comune. Finito il tempo delle divisioni in politica estera?
Non è la prima volta: lo abbiamo fatto su Gaza, e sul no al Board of Peace, insieme anche alle forze di centro. Nessuno potrà più dire che siamo sempre divisi.
È il no a Trump che vi unisce.
La cosa clamorosa è che questi no non li dica il governo anche quando è palese che le scelte Usa danneggiano l’Italia, così come l’alleanza con Orban che frena l’integrazione Ue. Di una cosa sono certa: quando saremo al governo non sceglieremo come migliori amici quelli che danneggiano gli interessi nazionali.
Quando si farà il tavolo della coalizione per il programma? Avs scalpita, Conte prende tempo. E lei?
Sui tempi decideremo insieme, ma la cosa fondamentale è che non partiamo da zero: la coalizione c’è, in questi tre anni abbiamo lavorato insieme sulle tante cose che ci uniscono. Penso agli emendamenti all’ultima manovra che toccavano temi come lavoro, sanità, fisco, scuola, sicurezza. Certo, c’è da approfondire, fare sintesi, ma io sono molto soddisfatta del lavoro fatto.
Alla fine vi scontrerete non sul programma ma sul candidato premier?
No, troveremo una modalità di scelta condivisa. Siamo tutti consapevoli della grande responsabilità che abbiamo: per la prima volta dopo oltre 20 anni possiamo andare al governo con una coalizione progressista vincendo le elezioni. È talmente vero che se n’è accorta anche la destra che, per ostacolarci, vuole cambiare la legge elettorale e sta affondando tutte le nostre proposte unitarie, dal salario minimo alla riduzione dell’orario di lavoro fino al congedo paritario. Dicendo no persino a una misura che aiuterebbe la natalità.
Il referendum sarà un antipasto delle politiche?
No, il governo lo batteremo alle politiche, con la coalizione progressista che non sarà solo “contro”, ma “per” un’altra visione dell’Italia. Il referendum non l’ho mai politicizzato, ho sempre cercato di stare sul merito. A differenza di Meloni, che sta conducendo una grave campagna di delegittimazione dei magistrati, rischiando di minare la fiducia dei cittadini verso le istituzioni. È chiaro che, se vincesse il sì, la destra andrebbe avanti più spedita con altre riforme pericolose come il premierato, che aumenta i poteri del governo a scapito di quelli del Parlamento e del Capo dello Stato. Noi non ci stiamo.
In concreto, quali sono le ragioni del suo No?
No ad una riforma che non migliora la giustizia, ma punta indebolire l’indipendenza dei magistrati spaccando in due il Csm. Ma così si indeboliscono i diritti di tutti i cittadini, la qualità della democrazia. La giustizia in Italia non è perfetta, ma non migliora se viene messa sotto il controllo del governo. Noi vogliamo tenerci strette la Costituzione e la separazione dei poteri, se vinceremo vogliamo essere sottoposti a tutti i controlli di legalità, non vogliamo un potere senza limiti in stile Trump.
Il centrodestra ha presentato anche una nuova legge elettorale. Qualche osservatore sostiene che il meccanismo stile Porcellum, con indicazione del candidato premier, converrebbe anche a lei.
Stiamo concentrati sul referendum e mi stupisce che, in questo momento, la maggioranza faccia vertici notturni sulla legge elettorale: una accelerazione dovuta alla paura di perdere il referendum. Ma la paura e la fretta non sono mai buone consigliere.
E nel merito della proposta cosa pensa?
Ci sono elementi di grave criticità, a partire da un premio di maggioranza così alto da permettere al vincitore di eleggere da solo il Capo dello Stato. L’indicazione del premier è un antipasto del premierato, non possiamo che essere contrari.
Domani (oggi, ndr) chiuderete il vostro percorso di ascolto con un evento a Roma. Quali priorità ha raccolto in questo viaggio per l’Italia?
Presenteremo i risultati di un’indagine sociale che abbiamo realizzato con migliaia di interviste. Ho percepito un grande bisogno dei cittadini di essere ascoltati, di dire la propria opinione. I temi più sentiti sono il salario minimo, soprattutto tra i giovani dove supera il 40% delle risposte, la sanità pubblica e l’integrazione europea. Nei giorni scorsi una giovane donna che ha deciso di stipulare un’assicurazione privata pagando 80 euro al mese perché le liste d’attesa del pubblico sono inaccessibili, mi ha scritto perché le e piaciuto un mio intervento ma si preoccupa che poi non passeremo dalle parole ai fatti: il mio e nostro compito è conquistare la fiducia sua e dei tanti italiani che non credono più nella politica e nel voto.

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