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  • La Stampa

I ragazzi del Beccaria ripartono dal teatro Puntozero

Articolo della Stampa.

“Ne vale la pena, i ragazzi sono capaci di cambiare”. Don Gino Rigoldi, storico educatore e cappellano del carcere minorile Beccaria, da 50 anni mette in pratica questa convinzione. Conosce i ragazzi detenuti nell’istituto e sa che occorre dare loro delle occasioni per ripartire. Una di queste è Puntozero, il primo teatro dentro il carcere con due ingressi, uno verso il microcosmo del Beccaria, l’altro aperto a tutti.

Il palcoscenico diventa il punto di incontro tra queste due realtà, un’occasione per scoprire sé stessi e gli altri. Sono trent’anni che l’associazione fa teatro con i ragazzi dell’istituto penitenziario milanese, emblema del malfunzionamento delle carceri italiane, con un sovraffollamento di 69 detenuti - 60 per cento stranieri - per 48 posti disponibili e carenza di personale.
Al laboratorio teatrale partecipano i ragazzi detenuti al fianco di attori professionisti e studenti dell’università Statale. L’ultimo risultato è la messa in scena di “Alice nel paese delle meraviglie” che incontra la realtà aumentata. Grazie agli effetti speciali e alle nuove tecnologie, Alice diventa minuscola e cresce a dismisura, entra nelle botole, in mondi che continuano a cambiare, in un turbinio di effetti e sensazioni.
La stessa che prova sul palco Fouad, nome di fantasia, 17 anni. Un paese, la Tunisia, lasciato alle spalle, la ricerca di una vita migliore a Milano, tramutata come avviene ad Alice in incontri sbagliati, fino a all'abisso del carcere. Fouad ha partecipato a una delle tante fughe organizzate al Beccaria, a Natale, era riuscito a scappare ma è stato riportato dentro.
“Sono cresciuto in una panetteria. Da piccolo mio padre ha smesso di portarmi a scuola perché era lontana. A sei anni mi ha fatto vedere come si lavora il pane, e mi diceva ‘Devi imparare e a dodici anni devi scappare via’. E io lì pensavo ‘A dodici anni? Sono piccolo’. Ho iniziato a lavorare e l’ho fatto dai sei fino agli undici anni.
Nel 2019 sono arrivato qui, ero un bravo ragazzo, abitavo in una zona tranquilla. Poi mi hanno spostato a San Siro e lì ho conosciuto certe persone. Ho iniziato a spacciare e sono finito qui dentro per un anno e quattro mesi”.
L’incontro con il regista Giuseppe Scutellà gli apre una botola inaspettata, come quelle che sul palco portano Alice in mondi inaspettati. Fouad nel carcere ha ripreso gli studi, fino alla terza media, e a febbraio 2024 ha iniziato a partecipare al laboratorio teatrale. “Non sapevo cosa vuol dire teatro, non parlavo l'italiano, non riuscivo a leggere, non riuscivo a scrivere. Beppe mi ha dato la possibilità di provare. Le prime volte ero un po' timidino”. Da quel momento scopre una passione che non immaginava di avere. “Mi sono innamorato di tutto il gruppo. Sono uscito da quel posto, dietro questo vetro, grazie a loro”.
Nel cassetto c’è ancora il sogno di diventare un rapper, insieme alla consapevolezza di aver imparato il mestiere di tecnico delle luci e di attore. “Ho qualche pezzo, però non li sto ancora registrando” racconta con gli occhi ancora emozionati per gli applausi appena ricevuti per la prima. In platea c’era anche don Gino Rigoldi. “Quando arriva il teatro, anche i ragazzi più analfabeti iniziano a tirare fuori qualche parola. In carcere c’è chi ci arriva con le storie le più complicate, anche poverissime. Abbiamo l'80 per cento di ragazzi colpevoli di reati della sopravvivenza, senza casa, senza lavoro, senza niente. A questi ragazzi bisogna dare strumenti perché imparino a valere qualche cosa e ad andare avanti. Sono le uniche occasioni per crescere che gli restano” spiega don Gino nella consapevolezza dei problemi del Beccaria, che non ha un direttore stabile, ha “il doppio dei detenuti e tanti agenti molto giovani, bravissimi, simpatici, che però hanno bisogno di formarsi”.
Anche per il regista gli effetti speciali “più sorprendenti sono i ragazzi. Sono stati meravigliosi perché molti effetti che sono di pura tecnica digitale non funzionerebbero se loro non avessero un rigore nel fare le cose” spiega Scutellà. “L’idea è farli innamorare di un lavoro inerente alle competenze digitali, per un lavoro futuro fuori dal carcere” – aggiunge la presidente Lisa Mazoni -. Alcuni hanno finito il loro percorso nell’istituto e sono assunti da Puntozero”.

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