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  • Walter Veltroni

Con Trump gli Usa vanno verso l’autocrazia

Intervista di Repubblica a Walter Veltroni.

Walter Veltroni, la guerra scatenata da Usa e Israele in Iran è già un conflitto senza confini che sta bruciando tutto il Medio Oriente. Dove vuole arrivare Trump?
«Siamo davanti alla fine dell’ordine internazionale che ha garantito decenni di pace. Ciascuno, a prescindere dall’Onu, si sente arbitro della possibilità di intervenire militarmente.

La Cina si sentirà autorizzata ad aggredire Taiwan e Putin a fare quello che ha già fatto in Ucraina. Quella di Trump è una iniziativa senza strategia e obiettivi chiari che può portare a esisti drammatici e incontrollati. Mi pare evidente che dietro ci siano calcoli di politica interna e non il legittimo desiderio di libertà del popolo iraniano oppresso per decenni da una dittatura contro la quale il mondo civile avrebbe dovuto fare di più. Trump è l’epifenomeno di questa società digitale. Ha travalicato ogni aspettativa e immaginazione. Siamo piombati in una versione grottesca degli anni Trenta. È sconvolgente pensare che il bastione dell’Occidente rischi di diventare un’autocrazia come Russia, Cina e India. C’è una solo una risposta possibile a questa deriva: diventare estremisti dell’Europa».
Come può fare l’Europa in questo scenario senza nemmeno una politica di difesa comune?
«La difesa comune è un pezzo decisivo degli Stati uniti d’Europa, perché è il contrario del nazionalismo. La spesa militare per difendersi ha una legittimità etica e politica, è quella per aggredire che non ha alcuna legittimità».
In molti Paesi europei ci sono forze anti-Ue sia a destra che a sinistra.
«Vero, ma se guardiamo i sondaggi in Italia su Trump la proporzione contrari-favorevoli è 80-20. Il giudizio negativo non è solo degli elettori di sinistra. Del resto, basta rileggere quel che di Trump ha detto Marina Berlusconi, parole che possono sottoscrivere cittadini di diverso orientamento. Mi chiedo come sia possibile che non si lavori a creare un grande movimento di denuncia del rischio che gli Stati Uniti precipitino verso l’autocrazia e di orgogliosa affermazione dei valori dell’Europa. Sono convinto che, se oggi si convocasse una manifestazione su questo tema, scenderebbero in piazza almeno mezzo milione di persone. Non si può stare un po’ con Trump e un po’ con l’Europa. Nell’attesa che l’America torni l’America, o si sta con l’Europa o si sta con Trump».
Meloni fin qui è sembrata decisa a non scegliere.
«Il governo italiano deve decidere se porta l’Italia dalla parte dell’autocrazia o dalla parte della democrazia. Tertium non datur. È un errore aderire al Board of trade, lo chiamo così perché la pace ovviamente non c’entra nulla. È un errore fare la campagna elettorale per Orbán. Il mio Paese non può stare dalla parte di quelli che sparano alla gente per strada a Minneapolis».
Trump è ancora disposto ad accettare il responso di libere elezioni?
«Trump sa benissimo che perderà le elezioni di midterm e la sua reazione è imprevedibile. È capace di mandare l’Ice davanti ai seggi o, appunto, di scatenare conflitti internazionali per restare in sella. La democrazia è sotto assedio».
Quanto è alto il rischio di perderla?
«La democrazia è stata corrosa da quella che Rousseau chiamava “la volontà di corpo”. I singoli pezzi si sono impadroniti dei meccanismi democratici e li hanno disgregati dall’interno. C’è bisogno di pensare a nuove forme di democrazia che riattivino una relazione tra cittadini e istituzioni. Serve quella che gli studiosi chiamano la democrazia deliberativa, che parte dalla costruzione del consenso attraverso il confronto. Tocca alla sinistra il compito di provarci».
Anche le sinistre europee sembrano sotto assedio.
«C’è un grande vuoto nella dialettica politica, non solo in Italia ma in tutto l’Occidente, il vuoto di una sinistra che riesce a configurarsi solo come opposizione, che non ha letto i prepotenti mutamenti di questo tempo. Noi stiamo vivendo una rivoluzione che ha cambiato i modi di produzione, le forme di conoscenza e relazione umana, il rapporto tra istituzioni e popolo. Di fronte a questa rivoluzione che per velocità e intrusività non ha eguali nella storia dell’umanità, qual è il pensiero della sinistra? La destra non fa altro che cavalcare, come un cavaliere irresponsabile, questa marcia verso il baratro. La sinistra deve offrire una speranza che non può essere chiacchiere e illusione o solo negazione delle opinioni dell’altro. Se la parola che l’opposizione pronuncia più volte è il cognome del presidente del Consiglio in carica c’è qualcosa che non va. La sinistra è speranza o non è. Solo così si può accendere una luce in un tempo che altrimenti rischia di essere buio come gli anni peggiori della storia».
C’è un deficit di pensiero?
«Mancano l’ascolto, lo studio e la ricerca. E l’ambizione di pensare ciò che non è. Lo dico con espressione questa sì novecentesca: quale società vuole la sinistra? Come si organizza il welfare in una società in cui i morti sono più dei nati? Come si affrontano i cambiamenti climatici che sono causa di problemi economici e di migrazione? Come si gestisce il rapporto tra paura e speranza in una società in cui le scuole chiudono invece che aprire? Come si disciplina l’intelligenza artificiale? Non affrontare simili questioni con l’ambizione di definire il profilo di una nuova società significa aver già perso».
Questa è l’era in cui la politica si fa con le card e i meme su Internet.
«Immagini cosa sarebbe accaduto se Berlinguer avesse scritto sui social “si sta meglio sotto l’ombrello della Nato” oppure “mi astengo sul governo Andreotti”. La grande politica non può immergersi nel linguaggio dei social e pasturare lì. Il che non significa non utilizzare questi mezzi, solo non esserne schiavi. Quando Salvini, un’ora dopo la notizia, dice “io sto col poliziotto”, cancella la politica come tempo di riflessione e di ponderazione. La sinistra non deve inseguire la destra su questo terreno. Deve maturare la sua alterità, parlare linguaggi altri rispetto a questa barbarie. Nonostante i social, o forse proprio per reazione, la gente si è stufata del frastuono. È pieno di cittadini che aspettano che qualcuno dica parole ragionevoli. Se questo pezzo di società non trova una voce che lo rappresenti, non va a votare. La ragionevolezza è sempre stata la forza della sinistra vincente alle elezioni. E scambiare ragionevole per moderato è un errore».
In Italia non era esattamente questa la missione del Pd?
«Ho citato prima Berlinguer. Ecco, lui prende la guida del Pci al 26 per cento e nel giro di quattro anni lo porta a 34. Come ci riesce? Con la frase sulla Nato, rompendo con l’Unione sovietica, dando dei segnali di allargamento. Nei suoi momenti migliori la sinistra è sempre stata un impasto di riformismo e radicalità. Ha vinto quando è stata in grado di suscitare un sogno e di corrispondere a questo sogno con decisioni radicali ma realistiche».
Nel Pd c’è invece chi teorizza la divisione del lavoro: il Pd prende i voti di sinistra e una nuova forza di centro intercetta quelli moderati.
«Sarei in contraddizione con la mia storia se fossi d’accordo. Se il Pd si accontenta del 21-22 per cento non assolve alla ragione per la quale è nato: essere la forza di maggioranza che andava oltre le colonne d’Ercole della sinistra. La creazione di una nuova forza che toglie voti al Pd riporta alla stagione dell’Unione e a coalizioni frammentate che magari hanno vinto le elezioni per il rotto della cuffia, ma poi non sono state in grado di governare».
La costruzione di una coalizione alternativa alla destra è in clamoroso ritardo.
«Non si può, lo dico da osservatore, organizzare una cena e non sapere chi sono gli invitati e quale è il menu. I partiti si mettano subito attorno a un tavolo. Non tirino fuori a ridosso delle elezioni un programma di 320 pagine che mette insieme tutto e il contrario di tutto, perché non ci crede più nessuno. Comincino a ragionare dei temi fondamentali – lavoro, formazione, Europa, Ucraina – e concordino un manifesto in dieci punti».
La posizione M5S sull’Ucraina pare incompatibile con quella Pd.
«E l’Ucraina è il primo punto dal quale deve partire la discussione, perché gli unici temi sui quali una coalizione non si può dividere, soprattutto in un momento come questo, sono quelli di politica estera. Il presidente del Consiglio di un eventuale governo di centrosinistra non può andare al Consiglio europeo e dire: scusate, devo prima sentire la coalizione».
La legge elettorale voluta dalla destra è l’ennesima su misura, con una aggravante: trasformerebbe in robusta maggioranza il consenso di una minoranza.
«È figlia dell’idea che chi vince si prende tutto, anche se la vittoria viene ottenuta con un margine di voti relativo rispetto alla platea di votanti. Questa è un’idea pericolosa perché può far perdere la testa».
Che effetti avrà l’esito del referendum sulla giustizia?
«Intanto stiamo vedendo gli effetti della campagna referendaria, un altro gradino verso il basso, per radicalizzazione, volgarizzazione ed estremizzazione. Non si può insultare chi pensa di votare diversamente da te, mai».
Come voterà?
«Quando si cambiano sette articoli della Costituzione non si può uscire dal Consiglio dei ministri dicendo che il testo è blindato. La Costituzione si cambia insieme, dialogando. Siccome in questa scelta e nella campagna elettorale si vede un’ispirazione di tipo più autocratico che democratico, io voterò no».

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