Comuni montani, la questione rimane aperta
Articolo di Marco Niccolai, Responsabile PD Aree interne.
Nei giorni scorsi pare che il Governo Meloni abbia concluso la querelle che aveva determinato, con i contenuti della legge 131/2025, rispetto all’elenco dei comuni montani.
La mobilitazione di enti locali e di molte Regioni ha costretto il Governo a tornare indietro rispetto a quanto aveva prospettato inizialmente: la proposta originaria di Calderoli prevedeva che si passasse dagli attuali 4200 a 2800 comuni montani; alla fine sono divenuti 3715, con una perdita di circa 500 Comuni che erano ricompresi nell’originaria classificazione del 1952 ma con un aumento di quasi 1000 rispetto a quanto voleva Calderoli, che aveva avuto, per i comuni esclusi, in sede di discussione parlamentare parole del tutto inaccettabili (“sinora impropriamente avevano fruito dei vantaggi”). Una retromarcia clamorosa che dimostra la bontà delle ragioni della nostra mobilitazione.
Si sbaglia chi pensa che la questione sia conclusa, tutt’altro. Rimangono alcuni temi aperti:
1- Il provvedimento che dovrà sancire quanto è stato deciso dalla Conferenza Unificata non è ancora approvato: da questi primi giorni appare chiaro che tanti comuni sono stati ancora ingiustamente esclusi da questo elenco. Il Governo continuerà a non ascoltare oppure costringerà davvero qualche ente a doversi tutelare in sede giudiziaria contro il provvedimento?
2- Si sbaglia chi pensa che i 3700 comuni ricompresi saranno destinatari delle (insufficienti) modalità incentivanti sui servizi previsti dalla legge 131/2025: essa afferma chiaramente che ci sarà un’ulteriore cernita. Dunque ci sarà un nucleo ristretto di territori “fortunati” dove si applicheranno gli incentivi su sviluppo economico, servizi e tutela del territorio. Gli altri sono scartati, come se invece questi problemi non ci fossero e fossero minori. Incredibile!
3- Entro un anno il Governo si è riservato di revisionare tutta la normativa in materia di agevolazioni per le zone montane, applicabili solo all’elenco emerso la prossima settimana.
Insomma per la montagna italiana continuerà la fase di incertezza a suon di esclusioni: adesso i 500 esclusi, poi gli esclusi dal “club” che avrà gli incentivi, poi il riordino delle altre agevolazioni dove vedremo quali altri esclusioni ci saranno.
Tutto questo per cosa? Per una legge che non mette un euro in più rispetto a quanto aveva stabilito il Governo Draghi istituendo il Fondo per lo Sviluppo della Montagna Italia con uno stanziamento annuale pari a 200 mln di euro. Anzi la legge prevede che ci sia un prelievo da parte dello Stato su questo fondo, lasciando alle Regioni meno del 50% dello stesso.
Il Pd in Parlamento, assieme alle associazioni degli enti locali, aveva chiesto di arrivare ad 1 mld/anno, sull’esempio di altri Paesi come la Francia. Proposta respinta dal centrodestra, la cui priorità è investire 13 mld su un’opera come il Ponte sullo Stretto quando invece un solo miliardo l’anno rivoluzionerebbe davvero la nostra montagna.
Insomma il conflitto che il Governo ha innescato sulla definizione dei comuni montani continuerà e viene il dubbio che sia stato esasperato per far distogliere lo sguardo sul fatto che la legge 131/2025 è senza risorse in più rispetto al passato, nonostante le promesse. Intanto i problemi delle aree montane avrebbero bisogno di risorse da spendere subito e non di guerre a suon di tabelle in cui si fanno classifiche tra territori che vivono, tutti, difficoltà simili.
