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  • Stefano Boeri

Servono nuove città spugna

Intervista della Stampa a Stefano Boeri.

Dal Bosco Verticale alle “città spugna”, passando per alberi, tetti verdi e piazze da ripensare. Per Stefano Boeri la sfida climatica si gioca soprattutto nelle città, dove ombra e acqua diventeranno le infrastrutture più preziose del futuro.

Architetto, siamo nel pieno di un’estate sempre più calda. Da dove bisogna partire per rendere le nostre città più vivibili?
«Da un dato di fatto: il cambiamento climatico è in corso e procede in una direzione precisa. Milano oggi ha temperature che ricordano quelle che Catania aveva quindici o vent’anni fa, e lo stesso sta accadendo in molte città europee. La mia generazione ha fatto troppo poco sulle cause del riscaldamento globale e non possiamo limitarci a intervenire sui sintomi. Bisogna continuare a ridurre le emissioni ma allo stesso tempo adattare le città a un clima che è già cambiato».
Quali sono le priorità?
«Due parole: ombra e acqua. Saranno i grandi temi dell’urbanistica dei prossimi decenni, le infrastrutture del futuro. L’ombra significa alberi, certo, ma anche edifici capaci di creare spazi più freschi, pergolati, tetti e pareti vegetali. Oggi non conta soltanto quanti alberi piantiamo, ma quanta superficie riescono a ombreggiare, la “canopy”».
Non bastano gli alberi?
«Sono fondamentali, ma non sono l’unica soluzione. I centri storici medievali, con le loro strade strette, dimostrano quanto la morfologia urbana possa incidere positivamente sul comfort climatico. Per decenni abbiamo costruito grandi piazze e immense superfici asfaltate che distanziavano gli edifici. Oggi dobbiamo invertire quella logica: strade più strette, depavimentare, usare materiali più chiari e permeabili, realizzare coperture leggere e sistemi verdi diffusi».
Lei cita spesso il progetto sviluppato a Riad.
«È stato un laboratorio straordinario. Abbiamo studiato soluzioni per condizioni climatiche estreme. Molte di quelle soluzioni oggi vengono applicate anche in Europa. È la dimostrazione che l’adattamento climatico non è teoria, ma un insieme di interventi concreti».
E l’acqua?
«È il secondo grande pilastro. Dobbiamo iniziare a conservarla: le città devono diventare “città spugna”: trattenere l'acqua piovana e conservare i volumi delle bombe d’acqua sempre più frequenti, riutilizzare le acque grigie e creare bacini di accumulo. Non credo nelle grandi vasche di laminazione, penso piuttosto a un sistema distribuito sul territorio. In questo senso, esistono anche opportunità che spesso ignoriamo».
Cioè?
«Negli anni Ottanta e Novanta sono stati realizzati migliaia di parcheggi sotterranei che oggi, spesso, sono poco utilizzati o vuoti. Perché non immaginare di riconvertirne una parte in serbatoi per la raccolta dell'acqua piovana? Potrebbero costituire una rete di riserva idrica utile per irrigare il verde urbano, affrontare i periodi di siccità e contribuire persino ai sistemi di raffrescamento. Dobbiamo iniziare a ragionare sull’acqua come oggi facciamo per l'energia: una risorsa da produrre, conservare e condividere».
Alcune piazze italiane vengono indicate come isole di calore. Per esempio piazza San Babila a Milano.
«È vero, in molti casi si è intervenuti senza considerare il tema dell'ombra. È un errore. Piantare alberi è un investimento relativamente contenuto che migliora immediatamente la qualità dello spazio pubblico. Esistono comunque molte soluzioni già sperimentate. In Spagna, ad esempio, vengono installati grandi teli ombreggianti. A Doha, intere aree pubbliche sono protette da coperture mobili che si aprono e si chiudono in base all’esposizione al sole. Non significa copiare quei modelli, ma capire che il problema è ormai comune e richiede strumenti nuovi».
C'è però spesso resistenza al cambiamento.
«È successo anche a Cagliari, quando abbiamo ridisegnato via Roma. C’erano forti opposizioni: si diceva che gli alberi avrebbero nascosto i palazzi storici o peggiorato il traffico. Oggi quello spazio è molto più vivibile e frequentato. Spesso i benefici diventano evidenti solo dopo la realizzazione».
Il verde rischia di restare un privilegio per pochi?.
«Assolutamente no. Lo dimostra il bosco verticale di edilizia sociale realizzato a Eindhoven e il progetto per l’edilizia popolare che stiamo completando a Monza. Il verde può entrare anche nell’edilizia pubblica, riducendo i consumi energetici e migliorando la qualità della vita. La sfida non è costruire pochi edifici iconici, ma rendere più verdi i quartieri esistenti».
Il prossimo anno si voterà in tante città italiane, da Milano, Torino fino a Napoli. Quale consiglio darebbe ai futuri sindaci?
«Oggi esistono i piani del verde, che sono importanti. Domani dovremo avere piani dell’ombra e dell'acqua: senza questi due elementi nemmeno il verde può svolgere fino in fondo la sua funzione. Penso a delle vere e proprie agenzie dedicate, capaci di coordinare tutti gli interventi che riguardano l’adattamento climatico. Oggi queste competenze sono frammentate tra diversi assessorati senza una visione unitaria. Un’agenzia per l’ombra e l’acqua potrebbe mettere insieme tutte quelle strategie che rendono una città più resiliente».

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